Roberto Saviano, bontà sua, ha raccontato agli italiani la storia sconvolgente dell’esistenza della Camorra, della terra in cui affonda le radici e dei suoi tentacoli imprenditoriali transnazionali. Benissimo. Nel 1975 (!), nella relazione di minoranza della commissione antimafia, fu scritto: “Come la mafia si trasferì negli Stati Uniti con l’ondata emigratoria, così è avvenuto con il suo trasferimento a Nord, favorito anche dai soggiorni obbligati. Ma la “centrale”, non solo in termini “ideali” o di tradizioni, ma di terreno di continua riproduzione, rimane la Sicilia. Ciò non esclude che lo strato superiore, lo “stato maggiore”, si distribuisca fra la Sicilia, il Nord e perfino Paesi stranieri, e sia ricco di enormi mezzi finanziari, incrementato, particolarmente negli ultimi anni, con traffico di droga e con i sequestri, e quindi di grandi possibilità di spostamenti e di collegamenti” (cfr. Aurelio Lepre, Storia della prima repubblica, Bologna 2006, p. 331). Fatti i dovuti aggiustamenti alle nomenclature, sembra proprio la descrizione di un quartierino di Gomorra.
A che pro questo richiamo, come dire, erudito? Conosciamo infatti tutti la storia della Mafia. Ma allora qual è il punto del grande successo del libro Gomorra? Forse ci ha ricordato qualcosa di cui, ops, ci si eravamo dimenticati? Forse ci ha detto che non c’è solo la Mafia ma anche la Camorra? E allora ci stupiremo anche davanti al prossimo giornalista o giudice che ci dirà le stesse cose della 'Ndrangheta, quando sarà il suo turno? O forse ci sta dicendo che la malavita è diventata ormai cultura? Giovanni Falcone ebbe a dire (cito a memoria): “La Mafia è una cosa umana e, come tutte le cose umane, ha avuto un inizio e avrà una fine”. Vero. Ma tutti sappiamo che non è così. Potrà finire il nome della Mafia e potranno avere termine, come è già successo più volte, certe sue strategie, ma ciò che è alla radice del fenomeno mafioso non è estirpabile, perché è parte della natura umana, comunque lo si chiami: pirateria, brigantaggio, capitalismo deregolato, ecc. È il predatore che prende senza chiedere il permesso, come è nella natura delle cose. Cosa fa allora la società perbene davanti a quel mostro che riconosce, teme, invidia e rinnega? Lo sublima. Cioè, lo astrae per gradi dalla sua realtà reale e gli dà una forma altra, di intrattenimento (categoria in cui ricade ormai, purtroppo, anche l’informazione). Autori e titoli sono sotto gli occhi di tutti, da Il padrino ai Soprano a Gomorra.
Sulla collettività questo implica però una certa assuefazione al male - il male non come categoria metafisica ma sociale. Ogni generazione deve fare i conti con il male che la pervade, il quale è sempre un po’ diverso da quello della generazione precedente. E siccome l’arte ha anche il pallino del nuovo, le nuove rappresentazioni del male dovranno essere sempre diverse e adatte allo spirito dei tempi, in pratica sempre più realiste, più ciniche e più crudeli. Basta prendere un telefilm come Starsky e Hutch e uno come Nip Tuck. La differenza salta agli occhi: quelli erano due sbirri con anime da mocciosi, questi sono due nazisti che giocano a fare i chirurgi.
Per concludere: del male sociale sappiamo tutto tutti, e chi non lo sa o è al manicomio o sta per finirci. Le rappresentazioni letterarie e cinematografiche delle malavite organizzate non servono – purtroppo! – al risveglio delle coscienze, ma solo al loro progressivo adattamento all’esistenza dominante di quel tipo di associazioni. Non parlo di intorpidimento delle coscienze: la sublimazione del male è il solo modo di entrarci in relazione che non sia il conflitto. E siccome del conflitto dovrebbero farsi carico gli organi istituzionali, alla gente comune e agli artisti non resta che sublimare. La letteratura e il cinema non sono il luogo deputato alla risoluzione di un problema sociale tanto estremo come quello delle mafie transnazionali e delle loro collusioni con la politica, anche se sono in grado di far saltare le zampette a un paese ormai in rigor mortis. Quando gli organi competenti di governo latitano (e in Italia questo è di prammatica, fatti salvi i trascinanti eroismi individuali) allora non resta che consolarsi guardando lo show del paladino Roberto a Che tempo che fa o magari rivedersi Marlon Brando che dice: “I’m gonna make him an offer he can’t refuse”. E questo principio d’affari la Mafia e la Camorra lo conoscono bene: ogni cosa ha un suo prezzo, anche la tolleranza di un paese.

Ecco cosa pensava della crisi Albert Einstein....
RispondiEliminaNon pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a farle allo stesso modo.
La crisi è la miglior cosa che possa accadere a persone e interi paesi
perchè è proprio la crisi a portare il progresso.
La creatività nasce dall'ansia, come il giorno nasce dalla notte oscura.
E'nella crisi che nasce l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie.
Chi supera la crisi supera sestesso senza essere superato.
Chi attribuisce le sue sconfitte alla crisi, violenta il proprio talento e
rispetta più i problemi che le soluzioni. La vera crisi è la crisi
dell'incompetenza.
Lo sbaglio delle persone è la pigrizia nel trovare soluzioni. Senza crisi
non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia.
Senza crisi non ci sono meriti. E' nella crisi che ognuno di noi affiora,
perchè senza crisi qualsiasi vento è una carezza.
Parlare di crisi è creare movimento; adagiarsi su di essa vuol dire esaltare
il conformismo. Invece di questo, lavoriamo duro!
L'unica crisi minacciosa è la tragedia di non voler lottare per superarla.
Bene... Allora buon lavoro! E...
... Buona Pasqua
Miriam N.
Ma lo sapevi che quella relazione di minoranza l’avevano scritta il giudice Terranova, eletto come indipendente nelle liste del PCI e mio padre? Terranova al termine del suo mandato parlamentare, rientrava in magistratura e poco dopo veniva ucciso dalla mafia.
RispondiEliminaFranco.